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2. “Pro truncare sas cadenas”

2.1. Su primu cungressu de Democrazia proletaria sarda

Su patu federativu, sa batalla cun su partidu centrali

Come abbiamo già avuto modo di dire Dps nasce di fatto prima del 1981. L’idea di creare un partito federato a quello italiano era presente già dal convegno di Tonara sulla questione sarda del 1978. Si trattava ora di trovare momento e modalità giuste per avanzare la proposta al gruppo dirigente di Dp; la proposta prese definitivamente corpo in occasione di due riunioni: quella di Nuoro del 17 gennaio 1980 e quella di Cagliari del 27 gennaio, dove Licia Lisei fece osservare che la delegazione sarda sarà in un casino(1) perchè la proposta federativa divideva il gruppo dirigente italiano(2).

Fra i delegati ci furono: Piero Carta, Francesco Casula, Gabriella Del Fiacco, Salvatore Cocco, Paolo Pisu, Ottavio Massa, Salvatore Mereu, Matta, Rainer, Luisella Melosu, Pietro Demurtas, Michele Dore, Salvatore Fancellu e Licheri, con il compito fondamentale di presentare al congresso e nelle commissioni la situazione del partito in Sardegna e la proposta del patto federativo in relazione sia alla situazione esistente sia agli insegnamenti di Gramsci e di Lussu che fra i primi avevano affrontato la specificità della questione sarda anche rispetto alla questione meridionale.

Al rientro dal congresso di Milano, nell’ attivo organizzato alla sezione di Nuoro il 13 febbraio 1980 si esposero ai compagni presenti i risultati del congresso e il modo in cui furono presentate le proposte per il partito federato sardo ma solo successivamente, a febbraio, si decise di fissare l’appuntamento congressuale dal 25 al 27 aprile 1980. Il percorso risulterà però più lento, difficile e tortuoso a causa degli impegni elettorali che il partito dovette assumere. Nella primavera infatti si sarebbe dovuta preparare la campagna per le comunali di Cagliari e per le provinciali. Nel corso delle riunioni delle federazioni, degli attivi e delle direzioni nazionali la questione legata allo svolgimento del congresso di fondazione fu progressivamente marginalizzata probabilmente perchè i militanti non potevano assolvere contemporaneamente a due impegni così gravosi. Nell’attivo regionale di Bauladu del 29 giugno si decise di avviare nelle diverse federazioni una discussione sul tesseramento a Dp sarda e di nominare un esecutivo regionale (Casula, Pisu, Mavuli, Lisei, Girau, Sias, Dore, Fancellu, Rainer) con il compito di portare il partito al congresso.

La situazione si protrasse per oltre un anno perchè nel maggio del 1981 i militanti furono impegnati nelle campagne referendarie su legge Cossiga, porto d’armi, interruzione di gravidanza ed ergastolo.

Nella conferenza di organizzazione che si tenne a Ovodda dal 28 al 30 agosto fu finalmente fissata la data definitiva del congresso nazionale sardo(6-8 dicembre). I delegati sarebbero stati eletti in assemblee precongressuali territoriali che avrebbero dovuto garantire un’ adeguata presenza di donne; si stabilirono le modalità di tesseramento, si decise di far valere esclusivamente le tessere sarde (ci fu anche la proposta della doppia tessera), si assegnarono gli incarichi per la preparazione e la stampa dei manifesti congressuali e si concordarono gli argomenti e i temi per gli interventi.

I congressi territoriali si svolsero a Sassari, Cagliari, Nuoro, Tortolì, Laconi (comprendente le federazioni del Sarcidano, del Mandrolisai, della Barbagia), Oristano e Iglesias per il Sulcis. Fu ritenuto opportuno prima del congresso organizzare un incontro con la direzione del partito italiano. In autunno Paolo Pisu, Vincenzo Pillai e Mario Canessa (il meno convinto dei tre(3)) si incontrarono con Mario Capanna e Guido Pollice. Lo scontro sull’ eventualità di federare il partito sardo a quello italiano fu durissimo. Capanna non tollerò di trovarsi di fronte a una convocazione congressuale già decisa, in autonomia rispetto alla direzione romana, e affermò che il socialismo avrebbe liberato tutte la nazioni oppresse dal capitalismo.

I dirigenti sardi ricordando come negli anni Quaranta il Pci impedì la nascita di un partito comunista sardo, ribadirono che per la costruzione del socialismo ciascun popolo doveva scegliere la strada più adatta tenendo conto della situazione presente e della propria storia e che solo facendo ciò anche in Sardegna si dava un vero contributo alla lotta di classe in Italia e si praticava un vero internazionalismo.

Capanna accusò inoltre i quadri di Dps di introdurre all’interno di un partito che doveva essere di classe elementi di interclassismo tipici di politiche piccolo borghesi.

Pillai e Pisu spiegarono che la loro organizzazione da anni combatteva l’interclassismo del Psd’Az e il riformismo del Pci con l’obiettivo di coniugare i temi della lotta di classe e della liberazione nazionale che i due partiti tenevano separati con un gioco delle parti che rispondeva a interessi elettorali ma facilitava il disarmo ideologico sia dei sardisti (sul fronte dell’ indipendentismo) che dei comunisti (sul fronte della rivoluzione). Era invece necessario un partito federato che avesse i piedi e la testa in Sardegna(4).

Capanna arrivò addirittura a minacciare l’espulsione dei “dirigenti ribelli”, tradendo la stessa connotazione fortemente libertaria di Dp(5) ma alla fine dovette accettare quella che ormai era una situazione di fatto comprendendo che Dps si sarebbe fatta con o senza il consenso di Dp alla quale spettava solo il compito di decidere se accettare o meno un patto federativo, quindi le minacce di espulsione avevano poco senso(6).

2.2. Su cungressu de Casteddu, 6 – 8 de mes’ ‘e idas 1981

Nell’ estate del 1981 viene lanciata la fase costituente per il primo congresso di Democrazia proletaria sarda, con l’obiettivo di formalizzare, finalmente, una struttura partitica che da ormai tre anni aveva una linea politica e una personalità autonome(7).

I documenti per la preparazione del congresso furono pubblicati dal “Quotidiano dei lavoratori”, in un supplemento di quattro pagine, intitolato “Truncare sas cadenas” , nome che verrà dato successivamente all’organo di stampa di Dps(8).

I temi principali del congresso sono: la ristrutturazione economica nel mondo e in Italia operata dalle forze capitaliste che ha come conseguenza il peggioramento delle condizioni dei lavoratori, la ristrutturazione politica e istituzionale dello stato italiano e le sue ripercussioni sull’autonomia della regione sarda, la grave crisi del sistema petrolchimico, l’emigrazione, il problema delle servitù militari, la lotta per la pace, il colonialismo italiano economico e culturale con la rapina delle risorse e il taglio della lingua materna, la questione del sottosviluppo come sviluppo e e modernizzazione eterodiretta e le conseguenti motivazioni alla base della necessità di un partito federato da impegnare anche in direzione dei “processi di autocolonizzazione”(9).

Al congresso furono presentati numerosi contributi provenienti dai territori per garantire un approfondimento specifico sui vari problemi.

Alle difficoltà di sempre si era aggiunta la crisi della petrolchimica con centinaia di licenziamenti e il conseguente peggioramento delle condizioni economiche di molte famiglie. Comprendere i complessi meccanismi della ristrutturazione economica era necessario per la formulazione di analisi che spiegassero esaustivamente le cause del problema della disoccupazione, fortemente aumentata nel corso degli anni Settanta.

La crisi della petrolchimica (e della siderurgia); la crisi dei poli, rischiano di fare della Sardegna un cimitero di industrie offerte al migliore offerente. Il decentramento internazionale della produzione per diminuire i costi e conquistare nuovi mercati significa per la Sardegna pura e semplice destrutturazione industriale, con il dominio selvaggio del lavoro sommerso e di appalto. In questa direzione si muove la politica delle PPSS (partecipazioni statali) e del suo ministro, il soc. [socialista] De Michelis invasato dall’ideologia privatistica del profitto e del risanamento del settore chimico […](10).

La durezza e l’asprezza del linguaggio utilizzato nel testo era tipica di un organizzazione come Dps i cui dirigenti e militanti provenivano da esperienze politiche che includevano e teorizzavano duri livelli di scontro. Questo era peculiare dei partiti e dei movimenti della Nuova sinistra molto polemici non solo verso la compagine governativa ma anche nei confronti della “sinistra storica” responsabile di aver tradito i valori della rivoluzione.

Inoltre stare fuori da qualsiasi alleanza organica nelle istituzioni permetteva di condurre la lotta con la massima libertà senza dover tenere conto di tatticismi e compromessi.

La battaglia contro lo sfruttamento coloniale della Sardegna da parte del “capitale straniero” ha trovato partito maggiore continuità anche se non sempre si riuscì a praticarla con coerenza individuando obiettivi specifici.

Quello cui abbiamo assistito in Sardegna in questi ultimi trent’anni con i vari Piani di rinascita e con l’ Autonomia è stata la crescita del sistema coloniale capitalista e lo sviluppo del sottosviluppo conseguente. Il colonialismo ha riguardato tutti i settori e gli aspetti della società sarda: coloniale è stato: l’uso della forza lavoro, l’utilizzo delle risorse, l’uso del territorio, l’atteggiamento nei confronti della lingua e della cultura sarda(11).

Procede, di seguito, l’analisi relativa all’utilizzo del territorio sardo da parte del grande capitale:

La Sardegna da una parte diventa stazione di servizio per industrie nere e inquinanti (petrolchimica), dall’altro, l’area per basi militari. La Sardegna veniva scelta negli anni Sessanta come localizzazione specifica e parcheggio ideale per le lavorazioni di base del petrolio, grazie soprattutto alla sua collocazione geografica e al fatto che l’industria petrolchimica veniva rifiutata dalle metropoli italiane ed europee. Tale industria ad altissima intensità di capitale e a bassa intensità di occupazione, riguarda, come dicevo, solo le prime lavorazioni e crea, quindi, prodotti a basso valore aggiunto, le ulteriori lavorazioni infatti avvengono in Italia e in Europa, ed è là che si realizzano alti profitti e alta occupazione […]. Tali industrie, inoltre […], non hanno prodotto un tessuto economico e industriale diffuso, anzi, hanno distrutto quello già esistente e si sono rivelate solo un’appendice dell’economia dominante nelle metropoli, un prolungamento sul territorio colonizzato di un economia il cui centro è restato altrove. Infatti tutte le strutture e le infrastrutture che sono state create sono state orientate al servizio della crescita del centro e non al servizio di una crescita economico-sociale omogenea dell’isola. Non si è assistito infatti a nessuna integrazione fra i vari comparti della petrolchimica, la chimica secondaria e la parachimica, a nessun ciclo integrato quali miniere metallurgia, chimica-manifattura, chimica-agricoltura, chimica-edilizia(12). 

L’applicazione delle categorie marxiste al sistema economico sardo presenta certamente caratteri di originalità perchè usa anche gli studi di Samir Amin sull’ imperialismo, sullo scambio ineguale e sullo sviluppo periferico delle società(13).

La disastrosa situazione della Sardegna, che da secoli viveva in condizioni di povertà, spesso documentate dagli stessi dominatori(14), non poteva essere attribuita soltanto a cause esterne ma anche ad elementi endogeni e cioè, alla classe dirigente politica sarda, principalmente allo staff democristiano. Le principali responsabilità della Dc, secondo Dps, erano quelle di avere un apparato completamente subordinato agli interessi del grande capitale e del governo centrale. I politici sardi, definiti in senso dispregiativo “ascari”, non avevano mai dimostrato autonomia di giudizio e di azione rivelandosi emissari subalterni al governo nazionale, elemosinieri di finanziamenti con l’ unico obiettivo di consolidare le proprie posizioni di potere attraverso pratiche clientelari tipiche di un sistema corrotto. Le critiche non venivano risparmiate nemmeno alle forze di sinistra: Pci e Psi.

Il Pci ha accreditato una Dc popolare e democratica, dandole così ossigeno e ricompattandola, il Psi, soprattutto nelle giunte di centrosinistra è stato sempre un utile stampella sempre in posizione di subordine(15)

Uno dei compiti principali del congresso di Cagliari era a questo punto capire quale doveva essere l’azione politica più efficace per la difesa dei diritti dei lavoratori e della nazione sarda. A questo proposito si concluse, finalmente, il percorso, iniziato tre anni prima, con la costituzione di un partito federato, con una struttura autonoma a livello politico e organizzativo.

Il nostro costituirci come Dp sarda non vuole essere un adeguamento formale al flusso di sardismo diffuso e tanto meno una moda. Vuole invece essere una scelta politica precisa, di una forza classista e rivoluzionaria che nella lotta politica, nello studio, nella discussione collettiva ha maturato una consapevolezza nuova delle contraddizioni della Sardegna, contraddizioni che non possono essere appiattite all’unica e sola di capitale/lavoro. Il lavoro sardo non è solo sfruttato dal sistema capitalistico ma anche dallo Stato italiano colonialista. C’è di più, la Sardegna, oltre ad essere una colonia interna è anche una nazionalità oppressa dallo Stato italiano. Discende da qui la nostra scelta sardista e nazionalitaria. Essa sulla scia del pensiero e dell’azione di Emilio Lussu, vuole coniugare il sardismo con il socialismo, la lotta nazionalitaria con la lotta di classe: per questo ci battiamo contestualmente per la liberazione nazionale e per la liberazione sociale. Per certi versi la nostra scelta è anche tutta dentro il marxismo, evidentemente però non di quello ufficiale (statale e statolatra) né di quello dei socialismi reali (accentratori e burocratici) ma di quello della democrazia diretta di Marx e Lenin e delle teorizzazioni migliori della Nuova sinistra(16).

Mi pare importante sottolineare i riferimenti a Emilio Lussu, a Marx e Lenin cui viene attribuita una concezione libertaria del comunismo, nettamente contrapposta alle distorsioni dello stalinismo.

La relazione introduttiva fu integrata da numerosi contributi presentati dai diversi territori con tematiche specifiche: Licia Lisei presentò un documento su autonomia e nazionalità, Elio Pillai e Carla Testa affrontarono i problemi della piccola e media industria, dell’artigianato e dell’associazionismo, il gruppo delle donne trattò la questione delle lotte delle donne, Pino Ferraris e Mariano Girau presentarono un contributo sulla zona franca(17), la commissione scuola denunciava la reintroduzione da parte del governo il concorso legittimando pratiche di reclutamento inique e discriminatorie. Furono inoltre presentate proposte di legge di iniziativa popolare su: smilitarizzazione della Sardegna e delle isole e mari adiacenti, difesa della lingua e della cultura sarda (Giagu De Martini). Infine fu votata una mozione di solidarietà al popolo polacco e a Solidarnosc(18) contro il colpo di Stato del generale Jaruzelski.

Nella mozione conclusiva si ribadivano i principi fondanti del congresso: la lotta nazionalitaria di liberazione del popolo sardo unita alla lotta di classe per il socialismo considerandole inscindibili per sconfiggere il colonialismo e realizzare l’autogoverno. Questi principi giustificavano la scelta della costituzione di un partito sardo e la federazione a Dp italiana nella comune ricerca di alleanza politica con tutte le forze e i movimenti rivoluzionari.

In una dichiarazione fatta a “L’Unione sarda” il 9 dicembre anche Mario Capanna, precedentemente molto critico riguardo alla scelta federalista, difende Dps esprimendosi a favore della lotta della nazione sarda contro il capitalismo imperialista per l’autogoverno e l’autodeterminazione(19).

2.3. Is primus dirigidoris de Dps

Alla conclusione dei lavori congressuali, il 9 dicembre 1981 i duecento delegati presenti a Cagliari, intonando le note di Procurade de moderare, elessero il primo direttivo nazionale di Dps. I componenti furono Licia Lisei, Gabriella Del Fiacco, Mario Canessa, Franco Meloni, Francesco Casula di Cagliari; Mariano Mongili, Nino Sanna, Tonino Budroni di Alghero; Salvatore e Adriano Cocco di Nuoro; Vanni Tola di Sassari; Pino Tilocca di Oristano; Nanni Marras e Piero Carta del Mandrolisai; Alfonso Murgia dell’ Ogliastra; Matteo Floris della Baronia; Efisio Serra del Campidano, Paolo Pisu del Sarcidano. Nessun sindacalista era presente in virtù della regola dell’incompatibilità; erano quindi invitati permanenti.

Il direttivo si riunì il 10 gennaio del 1982 con all’ordine del giorno l’elezione della segreteria. Meloni propose una segreteria a tre per attribuire un carico di maggiore responsabilità ai compagni che ne avrebbero fatto parte, Lisei propose una segreteria a cinque nonostante il pericolo di una esautorazione di fatto del direttivo. Alla fine si deliberò a favore di un esecutivo collegiale composto da Vanni Tola, Francesco Casula, Paolo Pisu e Licia Lisei. Adriana e Salvatore Cocco furono incaricati alla compilazione dei verbali delle riunioni e alla redazione di un apposito libro-verbali. Si decise di considerare il compagno Gianni Loi invitato permanente in qualità di addetto stampa, si approvò il regolamento interno del direttivo concernente le modalità delle votazioni e di svolgimento delle riunioni, si assunse l’impegno della predisposizione di un piano finanziario completo sul partito e l’avviamento della campagna di tesseramento. Infine furono nominate tre commissioni con i relativi responsabili: operaia e referendum (Mario Canessa), Agricoltura e pastorizia (Piero Carta), questione istituzionale (Licia Lisei).

In questo modo iniziava l’avventura di Dps che durerà circa dieci anni e giocherà un ruolo importante all’interno del panorama politico isolano.

NOTE

1. Paolo Pisu, Riunione del 27/01/1980, appunti manoscritti, “Archivio Dps”, fasc.

2. Ibidem.

3. Mario Canessa temeva che le scelte che Dps faceva avrebbero portato il partito ad avvicinarsi progressivamente al Psd’Az divenendo la sua componente di sinistra. Intervista a Mario Canessa del 5 dicembre 2011, cit.

4. PaoloPisu, Partito comunista di Sardegna. Intervista a Paolo Pisu del 10 novembre 2011, cit.

5. Intervista a Paolo Pisu del 10 novembre 2011, cit.

6. Ibidem.

7. Ibidem.

8. Ibidem.

9. Dps stampava anche un periodico di informazione (come supplemento al mensile di Dp) a cura della Direzione nazionale che usciva con maggiore frequenza.

10. Intervista a Vincenzo Pillai del 10 dicembre 2011.

11. Relazione introduttiva della segreteria, I Congresso di Dps (Cagliari, 6-8 dicembre 1981), Archivio Dps, fasc. Congressi 1981-1991, p.4.

12. Ivi, p.5.

13. Ibidem.

14. Samir Amin, Lo sviluppo ineguale: saggio sulle formazioni sociali del capitalismo periferico (trad. it. di Mario Ferrero), Einaudi 1977.

15. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, Laterza, Roma-Bari 1986.

16. Relazione introduttiva della segreteria, in I Congresso di Dps (Cagliari 6-8 dicembre 1981), “Archivio Dps”, fasc. “Congressi 1981-1991”, p.7.

17. Ivi, p.8.

18. Pino Ferraris, La questione della zona franca, contributo al I Congresso di Dps (Cagliari 6-8 dicembre 1981), “Archivio Dps” Fasc. “Congressi 1981-1991”. Cfr. anche il contributo di Mariano Girau intitolato Zona Franca. Con gli operai e il popolo polacco in lotta, contributo al I Congresso di Dps (Cagliari 6-8 dicembre 1981), “Archivio Dps” Fasc. “Congressi 1981-1991”.

19. Mario Capanna e i popoli oppressi, in “L’Unione sarda”, 09/12/2011.

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