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Lulli Castaldi

Cumenti su Mpl est intrau in Dp e a pustis in Dps?

Il nostro gruppo, che aveva aperto una sede a Cagliari in Via Donizetti, ha iniziato come Movimento Politico dei Lavoratori (MPL) e poi si è evoluto attraverso varie tappe.

Il Movimento Politico dei Lavoratori, avviato da pochi mesi, si trovò nel ’72 di fronte a elezioni politiche anticipate, raccolse pochi voti e perse la maggioranza della dirigenza nazionale.

Dopo lo scioglimento del MPL a livello nazionale, in Sardegna tutto il gruppo dirigente, aderendo ad Alternativa socialista (la sinistra MPL), avviò una fase di collaborazione con gli ex psiuppini (Nuovo Psiup), parimenti interessati a proseguire nell’impegno per fondare (nov.‘72) il PdUP a cui poi (luglio’74) aderirà il gruppo del Manifesto e nascerà il PdUP per il comunismo. Questa nuova aggregazione, numericamente molto più consistente della precedente, non generava un sensibile rinnovamento nelle pratiche politiche, non valorizzava le diversità, le potenzialità delle compagne e dei compagni, attraverso il dialogo interpersonale, il lavoro comune, solidale e diffuso, spesso per le divergenze e i contrasti su basi ideologiche, che tendevano a evidenziare, anche in forma settaria, le differenti posizioni culturali di provenienza. Le poche pratiche politiche valide non si riusciva a generalizzarle. In occasione delle elezioni politiche del ’76, (e ancor prima per le Regionali) Il PdUP-pc e altre forze politiche della nuova sinistra, pur restando autonome, si collegarono tra di loro costituendo una coalizione elettorale denominata Democrazia Proletaria (D.P.) considerata dai partecipanti un primo passo in direzione di un partito, con l’intento di aggregare un’area più vasta rispetto alle forze fondatrici. In quelle elezioni si riscosse un discreto successo eleggendo 6 deputati, di cui 3 di provenienza Manifesto e 3 provenienti dall’ex Pdup e da Avanguardia Operaia.

Nel ’77 a Cagliari il PdUP per il comunismo, con l’uscita dei compagni di provenienza ex PdUP, si divise in due parti, come a livello nazionale, grossomodo corrispondenti alle forze che lo avevano fondato, ad eccezione di un gruppo minoritario di provenienza Manifesto -impegnato con i militanti dell’ ex PdUP nelle lotte sociali del movimento nei quartieri- che aderì al processo aggregativo di DP o quantomeno continuò unitariamente la sua presenza nelle lotte dei movimenti.

Nel ‘78, dopo la separazione dal gruppo del Manifesto, il cartello elettorale di Democrazia Proletaria (DP), formato principalmente da Avanguardia operaia (A.O.), PdUP e Lega dei comunisti, si trasformò in partito.

Democrazia Proletaria si definiva una forza autonoma, stimolante della nuova sinistra, seriamente impegnata nelle strutture di massa, e rifiutava qualsiasi strategia terroristica. Contraria al compromesso storico DC-PC, consapevole che “ il personale è politico”, nei programmi smascherava la natura del maschilismo nella convinzione che fosse un percorso di liberazione in gran parte da maturare anche all’interno del Partito.

Inoltre, era sentita fortemente l’esigenza di far uscire la Sardegna dalla subalternità.

In DP c’erano militanti rossi, ma anche verdi, pacifisti, femministe e compagni prioritariamente impegnati sulle questioni legate alla nazionalità sarda. DP era uno spazio dove si intrecciavano un insieme di positive tensioni funzionali alla costruzione di una Sardegna realmente libera, democratica, non subalterna al sistema capitalistico dominante. Ci si rese conto della necessità di agire con maggior autonomia politico-organizzativa rispetto alla struttura italiana del partito, di dedicare maggior impegno all’approfondimento della specificità della realtà sarda, territorio nel quale tutte le sbandierate politiche di sviluppo erano state fallimentari.

I risultati elettorali ottenuti nelle diverse tornate elettorali, talvolta accettabili in alcuni territori, non furono mai adeguati alle aspettative generali e in particolare a quelle sarde.

La maggior parte dei dirigenti ex-Psiup (Foa, Ferraris, Miniati, ecc.) e anche esponenti storici della minoranza dei sindacati CGIL, CISL e FIM nel ’79 abbandonarono DP, mentre la quasi totalità del gruppo dirigente di provenienza ex MPL, sia a livello nazionale che locale, rimase nella nuova forza politica.

In Sardegna le sezioni di DP iniziarono ad esistere come sezioni di DPS, partito autonomo federato a DP ufficialmente solo nel congresso del 1981, ma in realtà, DPS operava già da prima.

Infatti nel 1980 a Cagliari, chiedendo il voto per “Democrazia Proletaria-Nuova Sinistra Sarda” fu eletto consigliere comunale Franco Meloni, militante delle lotte sociali, tra i fondatori della Scuola Popolare del quartiere de Is Mirrionis e del Coordinamento dei comitati e circoli di quartiere di Cagliari, nonché direttore della rivista “Città Quartiere”.

Per DPS, tenemmo la sede di Via Donizetti, che era il nostro centro politico amministrativo già da quando era sorto il MPL. La sede era affittata a nome di Mariano Girau, Gianni Loi e Giacomo Meloni perché il proprietario preferiva dare il locale a persone fisiche piuttosto che a organizzazioni politiche che davano poche garanzie di pagamento. Ci sono arrivati tanti avvisi di sfratto perché spesso molti compagni non versavano regolarmente le quote.

A pustis de 1972 sia su Mpl chi su Psiup si sciollint po fai su Pdup: ita est sutzediu in Casteddu?

L’ orientamento politico di fondo non è cambiato nelle diverse fasi. Ricordo quanto negli anni ’69-‘70 fosse sentita l’esigenza di una nuova forza politica e quando il Movimento Politico dei Lavoratori, partito laico nato in Italia nel ’71 , fu costituito anche a Cagliari da un gruppo (io inclusa) proveniente, in prevalenza, da una più vasta area cattolica (A.C.L.I, A.C. ecc.), che sosteneva la rottura dell’unità politica dei cattolici e da altre/i compagni che a partire dalla metà degli anni ’60 proponevano un profondo rinnovamento della Sinistra.

Nel’ 72 nella sede del MPL avevamo dato ospitalità permanente al “Collettivo Femminista Autonomo di Via Donizetti” fondato da me assieme ad un gruppo di donne conosciute in assemblee sindacali e aperto subito a tutte le donne che avevano esigenza di ricercare e comunicare.

Ricordo di aver sempre praticato nel Collettivo il rispetto delle idee, contenta di arricchire le mie conoscenze e il mio campo di esperienza, e altrettanto rispetto ho ricevuto. Convivere con le diversità è una scelta di fondo irrinunciabile essendo sempre stata una persona impegnata nel sociale.

Nel Movimento politico dei lavoratori, e in ogni fase della sua evoluzione da MPL a DPS, le diverse militanze sono state una palestra di ampio arricchimento e di nessuna subalternità. Il gruppo storico del Movimento politico dei Lavoratori di Cagliari ha proseguito nell’impegno evolvendosi e garantendo al Collettivo l’ospitalità iniziale in piena autonomia. Nel partito l’apprezzamento del femminismo non è mai mancato neanche da parte di chi era meno capace di misurarsi con esso.

Nella fusione con il Nuovo Psiup, il processo d’integrazione avvenne senza contrasti riconducibili alla provenienza cattolica o marxista. Anzi, in quegli anni con alcuni dei dirigenti nazionali, che poi nel ‘79 lasciarono DP, avevamo sempre avuto un confronto vivace, rispettoso e paziente che ci arricchiva e ci aiutava a superare in avanti le divergenze esistenti tra noi, anche su temi etici e religiosi estranei alla loro cultura marxista. Erano compagni convinti, come noi di via Donizetti, che si fa Partito attraverso un percorso di apprendimento metodologico condiviso con profondo legame con le realtà di emarginazione culturale e socio economica e di sfruttamento capitalistico, con una conoscenza dei dati aggiornati sulla situazione del lavoro e della Secondo loro mai avremo potuto portare . . . . alla fase finale della lotta di classe.occupazione, ecc. in relazione alla innovazione dei processi produttivi e del lavoro collettivo.

Nel partito la militanza nei movimenti era basilare, riconosciuta e sostenuta a prescindere dalle diverse opinioni personali su singole decisioni. Sentivamo il bisogno di creare nuclei di sostegno alle lotte sociali che partissero dal basso, dalla mobilitazione degli abitanti nei quartieri in condizioni più critiche a causa dei problemi della casa, del lavoro, dell’ambiente e della gestione del territorio, della salute, dei trasporti e della scuola -dedicandoci maggiormente a chi non aveva assolto al l’obbligo scolastico, sollecitando l’attuazione del tempo pieno, creando scuole popolari, ecc. Perciò il partito era maggiormente attivo nei quartieri di S. Elia, Is Mirrionis, Stampace, Marina e Fonsarda.

A livello regionale si svolgevano incontri e convegni di approfondimento con la partecipazione di dirigenti nazionali del partito o di compagni competenti sui temi oggetto dell’iniziativa talvolta insieme ad altre forze politiche della sinistra e in particolare con quelle della nuova sinistra e dell’area nazionalitaria sarda.

Bosatrus de su Mpl ita raportu tenestis cun is atras componentis e in ita manera eis fatu politiga in su Pdup e a pustis?

Nel PdUP-pc, pur non operando per componenti, nella fase del cartello DP, le differenze si radicalizzavano sempre più.

Se nel mio lavoro di base nel territorio dove insegnavo a 70 km da Cagliari non subivo condizionamenti, come pure nell’attività del collettivo autonomo femminista, non così avveniva per l’impostazione della linea generale del partito.

Nei dirigenti di provenienza Manifesto a Cagliari il bisogno di parlare a lungo sul ruolo e situazione della classe operaia in ogni assemblea, anche nei casi in cui non esistevano condizioni per giungere alla fase operativa, a mio parere, finiva per trasformare l’incontro in un frustrante rituale obbligatorio, che spesso andava avanti sino a tarda notte, emarginando dal dibattito la maggior parte delle compagne/i. Insomma, nella elaborazione della linea politica non era condivisa la priorità di partire dal basso, dalla nostra realtà, si tendeva piuttosto a tagliar fuori dalle decisioni chi proponeva un diverso modo di agire in politica.

Per questi motivi nel PdUP-pc sentivo la mancanza di coinvolgimento emotivo, di significative relazioni interpersonali attraverso le quali ciascuna/o scopre le diversità dell’altra/o come una risorsa utile al percorso di crescita dell’intero partito. Incapace di dare un contributo costruttivo il mio corpo stava pagando un prezzo troppo alto, che non poteva durare più a lungo.

Anche se devo riconoscere che un aspetto positivo della creazione del PdUP-pc è stato quello di aver allargato l’area dei militanti e dei simpatizzanti -coinvolgendo anche professionisti e intellettuali che prima della fusione non facevano riferimento ad alcun gruppo organizzato- e resa più attiva la partecipazione di chi già teneva contatti con le due forze di provenienza. Nonostante questo, la fine dell’esperienza per me è stata complessivamente una liberazione, un risentirmi persona “libera” che può elaborare a partire da sé senza essere emarginata.

Viceversa nel PdUP privilegiavamo l’azione per obiettivi rispetto alla teoria. Il dibattito interno era rispettoso delle diversità di ciascuno, pur nell’asprezza del confronto. I rapporti interpersonali, essendo profondi e sinceri, non ne risentivano; in genere, gli scambi di esperienze tra compagne/i dei diversi settori di lavoro e compagne/i responsabili del coordinamento ai diversi livelli erano continui.

Sa setzioni de bosatrus, cussa de bi’ ‘e Donizetti ita raportu teniat cun sa federatzioni de su Sarcidanu?

Nella nostra sezione di via Donizetti dedicavamo poco tempo alla parte organizzativa e amministrativa, spesso rimettendoci personalmente. La sezione non aveva arredi e spazi adeguati, risorse finanziarie sufficienti per affidare ad una persona in modo esclusivo la gestione amministrativa e l’archivio.

Le quote versate dagli iscritti e dai simpatizzanti coprivano a malapena le spese essenziali di gestione, le spese di organizzazione di qualche importante iniziativa, un rimborso saltuario ai dirigenti molto giovani, o disoccupati o a reddito molto basso, investiti di maggiori responsabilità finanziarie. Pertanto l’ attività politica era prevalentemente svolta a carico degli iscritti raccogliendo di volta in volta contributi aggiuntivi tra i dirigenti e i militanti di ciascun gruppo.

Il finanziamento da parte della struttura nazionale del partito in tutte le fasi era minimo, ma di qualità: alla sede giungeva materiale elettorale e di approfondimento delle varie tematiche (riviste, atti di convegni nazionali o di altri territori, rendiconti di importanti riunioni politiche e organizzative alle quali talvolta partecipavano uno o due noi).

Nel partito, le responsabilità venivano ripartite fra i dirigenti senza criteri di componente avendo presente che ciascuno faceva quel che sentiva di essere in grado di fare. Infatti alla base delle decisioni c’era condivisione e fiducia reciproca sulla qualità e assiduità dell’impegno nel lavoro politico e sulla disponibilità ad accettare le responsabilità che venivano proposte e decise nelle riunioni organizzative di vario tipo.

Noi, ex MPL e ex Psiup, tra i fondatori di DP in Sardegna, basavamo il metro di giudizio su un insieme di parametri-obiettivo, valutando che ogni militante ha una storia diversa, diverse esigenze e competenze. Volendo favorire la coesione, pensavamo che fosse importante valutare con cura di non distruggere pensando di fare meglio: ciascuno nel lavoro volontario deve sentirsi motivato e a suo agio, dare e ricevere stima e rispetto….e fare ciò che può.

All’occorrenza, in caso di tensioni o di sostituzioni, tutto veniva rimesso in discussione, definendo un nuovo assetto.

Per noi era prioritario affrontare quanto emergeva nei frequenti contatti territoriali di base e nel confronto con le istituzioni. In quella fase ricca di sollecitazioni non aveva senso archiviare tutto, e al meglio, concentrati come eravamo a perseguire con l’efficienza e l’ efficacia a noi possibile, gli obiettivi emersi nelle numerose iniziative.

Si trattava di un lavoro di esclusivo volontariato in un movimento, una comunità che operava sostenendo e creando gruppi, collettivi, la cui caratteristica era il senso di riprendersi la vita, di partire dal sé, dalla propria voglia di essere protagonisti in una lotta per i propri diritti, per una società democratica che non vuole escludere nessuno.

Curare i rapporti con contatti interpersonali e fra gruppi, ciascuno con le proprie caratteristiche, era per noi molto diverso dal preparare una relazione che si ritiene autorevole (armiamoci), lasciando che altri debbano costruire tutto dall’A alla Z ( e partite).

Ricordo che dal ‘73 al ‘79 insegnavo a Guspini, partecipavo attivamente al movimento scuola della zona ( i cui problemi coinvolgevano un vastissimo territorio fino a Barumini) e anche di Cagliari; ero attiva nel Collettivo Femminista autonomo di via Donizetti (fondato da me assieme ad altre donne conosciute in varie assemblee CGIL) , all’occorrenza partecipavo volentieri alle iniziative organizzate dal comitato di quartiere di S. Elia , a riunioni di partito fuori provincia, davo una mano per l’organizzazione della nostra sezione.

Se quegli anni non furono abbastanza soddisfacenti dal punto di vista elettorale, non sono stati però inutili. Sono stati un periodo di grande domanda di rinnovamento in tutti i campi, non solo in Sardegna e in Italia, ma già in ogni parte del mondo, e di semina che ha dato frutti alla mia e alla successiva generazione. Questa diversità non si è persa, ma cammina instancabilmente con le gambe di tante persone (certo una minoranza) con le quali abbiamo avuto e abbiamo contatti, per dare e molto più per ricevere senza presunzione di essere infallibili. Tutti devono impegnarsi, ma nessuno di noi è indispensabile e responsabile di tutto!

Non accetto l’analisi di chi nel post ‘68 attribuisce al movimento sessantottino e degli anni successivi, quindi in parte anche a noi facendo di ogni erba un fascio, tutto ciò che non è andato bene.

Non si può confondere la lotta difensiva delle vittime con ogni forma di ingiustizia e guerra generata dalle strutture di peccato presenti nel sistema capitalistico mondiale.

Ricordo che il partito veniva criticato da gruppi che praticavano la violenza, perché considerato funzionale al sistema, dato che i nostri militanti oltre al lavoro di base erano in parlamento, nel sindacato, e in altre istituzioni locali.

Per noi era importante il nuovo modo di fare politica a partire dal proprio ambito sociale e tendere ad unificare le lotte evidenziando le gerarchizzazioni prodotte dal sistema capitalistico per dividere lavoratrici e lavoratori, depotenziandone la forza contrattuale. Sentivamo un forte bisogno di cambiamento, l’esigenza di guardare avanti. Che destino potevamo aspettarci prima del Papa Giovanni XXIII e del successivo ’68 studentesco? Niente era ipotizzabile. Relativamente ai bisogni personali e sociali tutto era vietato!

Negli anni ’70, in anni precedenti alla fondazione di DP, abbiamIn su link innoi asuta, podeis scarrigai su file in pdf cumpretu a pitzus de sa storia de Dps. Bona ligidura.o vissuto senza problemi il rapporto con il compagno Paolo Pisu, preciso per carattere e formazione, ma non settario, e con la sezione PCI di Funtana Figus di Laconi (Sarcidano) di cui lui faceva parte attivamente come dirigente. Ricordo che in quegli anni la sezione di Laconi era in posizione critica, ma consapevole di far parte di un partito di massa con lunga esperienza politica e solidità finanziaria, forte coordinamento interno, archivi e conti costantemente aggiornati per essere in grado di conoscere la quantità e l’utilizzo delle risorse dell’intera struttura. Ma non per questo tutto andava per il meglio. La gloriosa sezione di Laconi, fondata e diretta da un compagno allora ottantenne, ad un certo punto divenne autonoma, scegliendo poi di proseguire, coraggiosamente, nella nuova sinistra ad orientamento più movimentista con struttura leggera e mezzi economici ridottissimi. Nel ‘77 la sezione autonoma di Laconi partecipò al processo costituente del Partito DP, il cui congresso di fondazione si fece nell’aprile del ‘78.

Tui ses stetia candidada paricis bortas cun is listas de Dp – Dps po is politigas, po is arregionalis: cumenti susteniast sa chistioni feminista?

Per me donna femminista i problemi erano complessivi e volevo essere partecipe di tutto senza disgiungere le varie questioni tradizionalmente politiche da quelle relative alla differenza di genere. Le donne hanno un movimento dove elaborano separatamente per cogliere meglio le cause della loro oppressione contro le quali lottano anche separatamente, ma le donne si affermano nell’ intera società con la loro mente e il loro corpo in un processo che tende al cambiamento del modo di vivere di tutte/i. Maschi e femmine si devono liberare entrambi e darsi gli strumenti per la propria liberazione. La liberazione della donna, non era considerata nel partito come un settore isolato in cui confinare le compagne. Proprio no!

Nel partito sono sempre intervenuta dicendo quello che ritenevo utile per le donne e l’organizzazione politica ha sempre rispettato la mia militanza femminista e, quindi il mio operato. Nel periodo elettorale era difficile parlare con la gente (come, invece, facilmente avveniva durante tutto l’anno). A richiesta, facevo brevi comizi in piazza nei paesi. Talvolta, invitata da donne, si sviluppava in pubblico un confronto a più voci in cui venivano approfonditi gli aspetti del programma che per loro erano più significativi.

Ma il maggior tempo lo dedicavo ai contatti ‘casa per casa’ in alcuni quartieri di Cagliari.

Di frequente, prima di riuscire ad illustrare il programma, mi veniva chiesto cosa avrei dato in cambio del voto. Alla gente sembrava impossibile che chiedessi senza dare nulla in cambio, era come se rivendicassero con forza un diritto. Questo era un brutto comportamento, diventato sempre più frequente e diffuso, a cui molti si erano abituati. Se, al contrario, riuscivo ad instaurare un dialogo, emergevano racconti inaspettati e incredibili e tanto desiderio di liberazione da parte di tutti, donne e uomini.

Oltre ad imbattermi nella contrattazione per i voti, ho vissuto altre esperienze molto sofferte.

Una volta, su richiesta di una TV locale, in quanto candidata di DP, fui invitata come ospite di un programma elettorale, che prevedeva spazi pagati ed altri gratuiti per i partiti che non potevano spendere neppure nel giorno di chiusura della campagna elettorale.

La TV in questione, con ridotta audience, aveva bisogno di una donna da esporre in bella evidenza per dare una nota di colore e nel chiedere la mia presenza aveva specificato il comportamento che avrei dovuto tenere.

I preparativi del programma, che durarono diverse ore, furono per me una sorpresa: si studiò a lungo il posizionamento di miglior effetto, fui informata del brevissimo tempo del mio intervento a fronte di quello degli altri ospiti a pagamento, che avrebbero parlato in tutta tranquillità, e del fatto che, per lo sforamento dei 2 minuti riservatimi, avrei dovuto subire una forte stretta delle dita della mano da parte del conduttore, a me vicino, come segnale del tempo scaduto.

In attesa dell’inizio del programma arrivò un candidato di un partito importante, sequestrò in una stanza riservata il dirigente TV, che riapparve dopo un quarto d’ora per dirci, scusandosi, di andare via perché chi era venuto aveva offerto parecchi milioni di lire per occupare tutto lo spazio della trasmissione.

Nelle occasioni d’incontri a Cagliari e dintorni in ambienti di area cattolica, femminista, sindacale e scolastica, dove solitamente si parla con tutte le persone, durante la campagna elettorale veniva tenuta nei miei confronti quella distanza, che non permette un contatto, per non dichiarare la propria intenzione di voto. Mi sentivo in forte disagio, impossibilitata a dialogare, a confrontarmi, come fossi in colpa. Ma quale colpa, quale errore? Forse la colpa era la dispersione del voto! Questo un amico me l’ha confidato.

Una “leader” di un gruppo femminista, dopo avermi comunicato la sua assoluta neutralità nella propaganda essendo diverse le militanti candidate, si smentiva subito dopo in mia presenza, confermando per telefono ad una amica il nome della donna che lei ed altre stavano proponendo, non rendendosi conto della sua gaffe.

Poche, le persone che mi hanno espresso le loro intenzioni di voto o che hanno conversato con me in quanto candidata.

Sapevo che alcune donne iscritte al PCI in piccoli centri sparsi nel campidano non mi avrebbero votato pur desiderando di farlo, perché il voto sarebbe stato identificato e sarebbe emersa la disobbedienza ai richiami disciplinari, altre avrebbero seguito le indicazioni ricevute attraverso il confessionale. Una ragazza che non faceva politica, conosciuta nell’Azione Cattolica, mi fermò nella strada e mi disse, con tono di voce alterato, che la smettessi di farmi tanta propaganda dato che in tutti questi anni ero entrata in tanti organismi di potere e ormai era il caso che mi ritirassi perché “non se ne poteva più” di comportamenti come il mio. In realtà, fino ad allora, non avevo mai occupato un posto decisionale, non ero mai stata eletta da nessuna parte, evidentemente in certi ambienti cattolici c’era chi faceva opera di persuasione per non dare il voto a me contando sulla ignoranza altrui anziché sulla stimolazione del senso critico.

Sono stata eletta una sola volta, nel consiglio circoscrizionale di Villanova-La Vega, nel periodo 1985-90. Anche in quell’occasione, pensando di poter stimolare iniziative utili, ho agito formulando proposte, quasi sempre accettate all’unanimità, ma che venivano boicottate dagli assessori competenti a dare le risorse finanziarie necessarie, per qualche ragione non vantaggiosa per loro. Ricordo che una volta il Presidente della Circoscrizione, per difendere l’autonomia del Consiglio eletto direttamente dal popolo, invitò tutti il consiglieri a spendere di tasca propria per attuare l’iniziativa deliberata all’ unanimità e promossa con gli abitanti del quartiere. Anche in quella occasione l’assessore comunale competente non finanziò l’iniziativa – che fu ugualmente realizzata a spese del consiglio – col pretesto che era stata organizzata da un gruppo di consiglieri insieme a Lega Ambiente .

In Circoscrizione non riuscivo a portare avanti iniziative su tematiche femminili sia perché era prevalente la presenza maschile sia perché le donne della sinistra tradizionale, fuori dalla circoscrizione, ma operanti in quel territorio, proponevano iniziative collegandosi esclusivamente al consigliere del proprio partito piuttosto che a me, consigliera, donna di altro gruppo politico, ma che agivo in un’ottica di movimento.

Ho avuto anche un altro incarico, per elezione, quello di “revisore dei conti” in un congresso della CGIL. Forse l’incarico mi era stato attribuito per facciata, infatti mi diedero solo pochi minuti a fine anno per valutare un bilancio privo di contabilità. Volendo continuare l’attività sindacale di base, non potei fare altro che dire: “Sono d’accordo, però…”

Di fatto nel sindacato scuola CGIL potevo partecipare solo alle riunioni del direttivo, ma mai ho potuto presiedere un’assemblea in orario di servizio, sempre riservate a compagni/e della stessa linea politica dell’esecutivo, talvolta non facenti parte del direttivo, benché mi si dicesse che nel sindacato non c’erano componenti. Una volta un compagno autorevole del PCI fu chiaro nei miei confronti: “Se il sindacato ritiene più opportuno che tu stia ferma, è giusto che tu stia ferma!” Ritengo che questa non fosse una buona pratica!

Cumenti cuntziliastis sa fidi cun su marxismu?

Come cattolica laica e di sinistra, avendo bisogno di riflettere criticamente sul lavoro, sulla scuola, sulla famiglia, sulla salute e sulla sessualità della donna, ho concorso alla fondazione di una forza politica anticapitalistica.

M’ interessava: esaminare con approccio interdisciplinare, interculturale, interreligioso, le istanze dei movimenti di liberazione, in tutti i vari aspetti (cause e strumenti di potere, modelli sociali, soggetti, territori ecc.); capire come i processi di liberazione nascono, avanzano e come spesso si bloccano; analizzare i mali sociali, ”le strutture di peccato”, le sofferenze di singoli e di popoli, nel corpo e nello spirito, gli obiettivi e iniziative quotidiane che si realizzano grazie a chi cerca di anticipare tempi nuovi, dentro e fuori della chiesa, in tutte le strutture istituzionali.

La liberazione della donna era da me analizzata nella “situazione” strutturale, nel senso che l’oppressione delle donne più che legata ad un momento storico preciso è, secondo me, legata strutturalmente alla società.

Certamente non ho condiviso e non condivido la pratica dell’indottrinamento come compito del partito. Un comune accordo è possibile utilizzando il marxismo come metodo, ovviamente la distinzione diventa più sottile in situazioni di dittatura, guerra, ecc. Fede e marxismo convivono se è condivisa la pratica del partire dalla realtà personale e sociale, senza dispute teoriche astratte tenendo sempre presenti i diritti umani fondamentali.

La Liberazione passa attraverso la presa di coscienza della lotta esistente. Occorre essere solidali, intervenire per modificare le strutture che opprimono i popoli.

Il giusto dosaggio avviene nei diversi contesti, condividendo che ci si deve schierare con le vittime, non con chi opprime, ma scegliendo secondo consapevolezza e coscienza il meno peggio tra due mali.

Ita ndi pentzastis a pitzus de su strumingiu, cumenti eis traballau po su referendum?

Come partito votammo ‘no’ per non abrogare la legge 194.

Pur convinti che l’aborto non è un’esperienza, piacevole e gioiosa, tenevamo presente la realtà.

In Italia l’aborto esisteva già, era quello clandestino eseguito in condizioni di grave rischio per la salute, ma l’unico accessibile alle persone che non potevano andare in sicurezza nelle cliniche estere. Occorreva scegliere il male minore e promuovere, sollecitare un serio impegno nella la prevenzione, rimuovendo, come enunciato nella art 3 della nostra Costituzione, ogni grave ostacolo alla pratica della maternità responsabile (maternità che non sia pericolosa per la salute fisica o psichica, in relazione all’età, stato di salute, condizioni socio-economiche, familiari, alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito). Aprire il discorso di abrogare la legge esistente per migliorarla, in quella fase, non avrebbe raggiunto gli effetti sperati. Chi si batteva contro la legalizzazione dell’aborto faceva una battaglia di principio come se si trattasse di “introdurre” senza valide ragioni la pratica dell’aborto.

Votare No, per noi, era assunzione di responsabilità sociale di un problema politico, togliere la donna dalla gogna. In certe situazioni oggettive e soggettive portare a compimento una gravidanza può significare annientare la propria vita.

Si chiedeva di riconoscere alla donna il diritto di autodeterminarsi, di introdurre l’educazione sessuale nelle scuole, e di diffonderla anche in altri ambienti, ai vari livelli, istituire i consultori e farli funzionare non come un semplici ambulatori ma secondo i bisogni delle donne. Con la legge 194 la situazione è cambiata, ma esistono tanti e crescenti ostacoli al suo pieno e corretto utilizzo democratico.

E po su storru?

Votammo per il ‘no’ alla abrogazione della legge sul divorzio, introdotto in Italia nel 1970, come per il no votò la maggioranza assoluta degli italiani, circa il 60%, con la convinzione che l’indissolubilità del matrimonio non può essere imposto ai non credenti. Quel voto aveva reso evidente che una significativa parte dei cattolici aveva difeso la laicità dello stato italiano, affermando un modello di società pluralistica e democratica, una convivenza civile basata sulla mediazione culturale, politica e religiosa. Una fede matura si pone in un’ottica di pace. Il Concilio Vaticano II aveva colto i segni dei tempi: molti steccati erano dunque caduti da tempo ed inciso nelle coscienze La battaglia per la legalizzazione del divorzio aveva visto scendere in piazza numerose forze di ogni appartenenza e quindi anche di quelle sorte all’interno del mondo cattolico.

I cattolici democratici erano giustamente convinti che non è che siccome c’è la legalizzazione del divorzio allora tutti divorziano. Occorre la prevenzione, promuovere occasioni di crescita valoriale e di educazione alla convivenza pacifica.

I cattolici si sposano dichiarando la propria volontà, il proprio impegno per tutta la vita, scelgono liberamente di mettercela tutta come persone e come società, ma non possono imporla agli altri, credenti e non credenti. I percorsi di vita si evolvono per ciascuna/o in modo diverso, perché le opportunità e le circostanze non sono uguali per tutti, si è sempre in lotta per la giustizia.

La società è in continuo cambiamento, le convinzioni stanno dentro un orizzonte in evoluzione e, a un certo punto, possono risultare impraticabili. La combinazione dei fattori che entrano in gioco in ciascuna famiglia non sono a disposizione di tutti per qualità e quantità e il peso delle conseguenze non è equamente distribuito rispetto a come è descritto nella “Via Maestra”. A me pare che, talvolta, la chiesa ufficiale sia più tollerante con le trasgressioni dei potenti e di certi maschi consacrati, in prima linea nella difesa della vita in astratto, e meno vicina alle persone comuni che vivono come possono ai limiti della sopravvivenza. La fede offre delle indicazioni che orientano i comportamenti dei credenti, ma in ultima istanza la società e ciascuna persona, deve poter vivere laicamente con pari diritti di cittadinanza, nel rispetto delle diversità, secondo le regole democratiche, e in pace con la propria coscienza.

Bosatrus festis impenniaus meda in is lutas de cuartieri: cali est s’ esperientzia chi giudicas de maiori importu?

La lotta di Sant’Elia degli anni ‘70 è stata la prima battaglia storica, che è riuscita a modificare il destino di quel quartiere attraverso un processo di presa di coscienza degli abitanti di voler cambiare la loro vita e affermare il diritto alla crescita culturale, all’integrazione, all’uscita dalla condizione di estremo degrado.

Ricordo che la mobilitazione degli abitanti di Sant’Elia uscì dallo stato di semplice protesta -grazie alla crescita culturale e politica avvenuta attraverso contatti già esistenti da anni con volontari di Cagliari, prevalentemente dell’area cattolica, laica e di sinistra- quando il Consiglio Comunale di Cagliari (PCI incluso), alla fine degli anni 60, decise di valorizzare la zona di S. Elia per destinarla a strati sociali più abbienti, e di allontanare le famiglie che vi vivevano.

Erano queste, famiglie già “deportate” gradualmente a S. Elia nella prima metà degli anni ’50 (dal ‘53-al ‘56), in parte “sinistrate” di guerra, sfollate inizialmente al D’Aquila e nella Passeggiata Coperta del Bastione. Altre, in parte, erano famiglie molto disagiate, che non avevano ottenuto un’ abitazione a Cagliari via via che la città veniva ricostruita ed ampliata ed erano state sradicate da varie zone quali parte dell’Ausonia, via Pessina, via Tuveri.

I cittadini di S. Elia furono emarginati dalla città in un ghetto allo stato di cantiere, in case costruite prevalentemente con finanziamenti americani e gestite dal Comune, assegnate via via che si terminava un lotto, inadeguate per qualità e grandezza, dove il soggiorno delle era utilizzato alternativamente come zona giorno e zona letto.

Il vicino Lazzaretto, che dalla fine dell’ 800 aveva perso la sua funzione sanitaria, già da tempo era stato abitato da reduci della guerra 15/18 e altra gente di Cagliari e, in seguito, da un gruppo di pescatori. ma già nel ’52, la popolazione che abitava nella zona del Lazzaretto era notevolmente aumentata e contava un centinaio di famiglie. Nel complesso c’era solo una vecchia chiesetta e un asilo comunale funzionante.

Nel borgo, fuori dal Lazzaretto, c’erano in costruzione tante nuove case. Per far fronte a questa situazione, il primo parroco nominato a S. Elia alla fine del’52, avviò le procedure amministrative per la costruzione di un complesso parrocchiale adatto alle nuove esigenze e cercò locali provvisori soprattutto per la messa domenicale. Dalla fine del ‘54, quando per la prima volta risiedeva a S. Elia, iniziarono i lavori e nel frattempo fu utilizzato come chiesa il capannone in collina annesso al forno crematorio del Lazzaretto.

I lavori proseguirono per anni completando la realizzazione dell’oratorio, un grande salone da utilizzare come chiesa, spazi per le attività ad essa collegate e il cinema per film ed altre iniziative. La parrocchia così poteva avviare le attività proprie e, inoltre, cedere in uso alcuni spazi per attività socio-culturali. La chiesa in senso proprio fu costruita intorno al ‘68.

La scuola elementare pubblica era sta creata nel ’55.

Nell’agglomerato delle nuove case assegnate tra il ‘52 e il ‘56 le strade non erano asfaltate, il terreno non era sistemato, quasi inesistenti servizi e investimenti che favorissero la crescita culturale del borgo. Erano presenti solo 2 botteghe di alimentari, un tabacchino, un bar-osteria, 1 latteria. Per la cura della salute si alternavano alcuni medici convenzionati in una stanza presa in affitto in case già insufficienti per le esigenze di chi vi abitava.

L’unico mezzo di trasporto pubblico era il tram elettrico per il Poetto, con fermata a Ponte Vittorio e a S. Bartolomeo, in seguito anche la linea n.5, che terminava la sua corsa allo stadio Ansicora. Il restante tragitto era fatto a piedi. Intorno al’59-’60 fu attivata la linea n.6 che da S. Elia, attraverso via della Pineta, via Milano, viale Bonaria, via Roma, largo Carlo Felice arrivava a via Ospedale.

Gli abitanti socializzavano col vicinato e un mese prima delle elezioni ricevevano la visita super amichevole dei candidati che si impegnavano per una ripulita abborracciata al borgo.

Quasi tutto ciò che esisteva a S. Elia passava attraverso la chiesa, anche i vestiti e le scarpe per la prima comunione dei bambini. Le derrate alimentari che l’ente Poa dava ai braccianti e ai pescatori erano poi distribuite alla gente in base alle indicazioni del parroco.

La scuola media inferiore (divenuta obbligatoria con legge del ‘62), a S. Elia sorse nel 1964 in un locale dato in affitto dalla parrocchia, vicino all’oratorio, al cinema parrocchiale e alla scuola elementare. In seguito ebbe locali propri ma quando le aule erano insufficienti alcuni corsi funzionavano nei locali della parrocchia.

Nel 72-73, in un clima di lotta per i diritti, la Scuola media don Milani, in locali propri, divenne una delle prime scuole sperimentali a tempo pieno, sostenuta da un comitato scientifico di docenti universitari, con preside eletto fra i docenti, Consiglio d’Istituto presieduto da una genitrice e schede al posto dei voti. La scuola si proponeva di agevolare l’apprendimento e la socializzazione degli studenti, a partire dalla situazione di partenza. Comprendeva anche la scuola pubblica serale per lavoratori e un preesistente doposcuola per gli studenti bisognosi di recupero e sostegno gestito volontariamente da docenti della scuola di S. Elia e da docenti di altre scuole.

Nel ‘77 la Scuola Media don Milani chiese di utilizzare alcune aule di un fabbricato appartenente a un istituto religioso, realizzato su terreno pubblico ottenuto dalla Regione Sarda a prezzo simbolico e contributi gratuiti per la costruzione, dunque con denaro pubblico, mentre il Comune pagava per la scuola un affitto alla parrocchia.

Nella fase di trattative che seguì, fu coinvolta anche la Regione, che a volte sosteneva le richieste della scuola, a volte no, e date le resistenze dell’istituto religioso, la Scuola don Milani, parte attiva del comitato di quartiere a fianco a tanti coordinatori della lotta per la casa, entrò in agitazione coinvolgendo l’intero borgo. I locali della scuola furono utilizzati come base di appoggio per l’attività didattica nelle case, come sede del comitato di quartiere per attività connesse alla rivendicazione. Fu occupato per 4-5 mesi un grande salone dell’istituto religioso, giorno e notte, con la partecipazione solidale degli abitanti di S. Elia, di vari organi della scuola media, di lavoratori, di altre scuole del cagliaritano, studenti universitari, sindacalisti e persone che chiedevano con forza che quei locali sorti con i contributi pubblici dessero un servizio alla popolazione. Per l’occupazione si organizzarono anche turni mensili di presenza.

Per tutto il tempo di attesa le famiglie degli alunni, ritenendo la scuola un bene prezioso per i propri figli e soprattutto per S. Elia, si diedero da fare per assicurare la continuità delle lezioni. Aprirono le loro piccole case alle classi con i (loro) docenti e talvolta offrirono a ragazze/i un pasto, una merenda al fine di agevolare il dopo scuola, e la socializzazione fra le varie componenti scolastiche.

A questo punto la Regione diede l’aut aut all’istituto religioso, che avrebbe dovuto rendere subito attivo il locale e intanto espresse l’intenzione di mettere in funzione in alcune stanze una sorta di ambulatorio pubblico. A sua volta l’istituto religioso iniziò ad organizzare gradualmente una servizio per anziani e i primi cicli di scuola facendo pagare un corrispettivo economico in proporzione alla capacità contributiva.

A questo punto l’occupazione ebbe fine.

Alla fine degli anni ‘60 , quando era cresciuto il benessere e scoperto il valore delle coste e la lievitazione dei prezzi dei terreni , il Progetto, che il Comune presentò, prevedeva un investimento di pregio in tutta la zona del borgo: bellissime case sistemate sulla collina con vista sul mare, spiaggiola, porticciolo turistico per le unità da diporto e servizi in tutta l’area che si sarebbe liberata demolendo le case degli abitanti da “deportare” un’altra volta. Senza porticciolo e spiaggia, i pescatori, che costituivano un parte rilevante del quartiere, avrebbero perso non solo la casa, dove abitavano da tanti anni, ma anche il lavoro.

Dopo l’aggressione al quartiere da parte del Comune, si incrinò l’incantesimo del clientelismo, si perse la “morbosità” dell’appartenenza a destra, al centro, a sinistra, gli abitanti erano diventati un corpo unico, davano risposte serie, parlavano lo stesso linguaggio, avevano gli stessi desideri. Nel comitato di quartiere, che coordinava la lotta, le diverse appartenenze politiche erano unite dal comune obiettivo. La lunga e inaspettata resistenza degli abitanti fece notizia ed entrò in tutte le case sarde e d’oltremare (amplificata anche dalla visita del papa Paolo VI al borgo in occasione della sua venuta a Cagliari il 24 aprile 1970 ). Ciò produsse l’indebolimento della Giunta Ferrara (PSI) e del PCI, che in linea di principio avrebbe dovuto schierarsi contro un simile progetto, e l’allontanamento del vecchio parroco sostituito da una comunità di tre sacerdoti (uno era prete operaio). Si avviò allora un dialogo aperto e costruttivo tra tutti gli abitanti, specie i giovani, e la parrocchia divenne coscienza critica di tutto il borgo in accordo col comitato di quartiere e i diversi movimenti politici della città.

La lotta proseguita, anche con l’unico prete- parroco rimasto, indusse, intorno al ’72, il Comune a cancellare quel progetto. Si ottenne che tutti i terreni del borgo e le zone della dismessa area delle saline e del demanio venissero vincolati (legge 167 e successive modifiche) per l’edilizia economica e popolare ( abitanti del quartiere, IACP, … e zona sportiva , ecc.) attenuando in buona parte i problemi dell’intera area cagliaritana, che di aree vincolate era fortemente carente. Su quelle aree non si poteva più speculare.

Fu una conquista di tutti gli abitanti e soprattutto dei pescatori, che poterono stare accanto al mare, con le attrezzature alla mano, senza dover ancora una volta subire.

Ricordo che dopo questa esperienza la popolazione per anni restò particolarmente vigile, verso le amministrazioni comunali che si sono susseguite, imponendo che le decisioni che riguardavano il quartiere venissero sempre discusse nel quartiere.

Al fine di eliminare il disagio creato dal degrado e dalla ristrettezza delle case per l’aumento delle convivenze con le nuove famiglie dei figli (per mancanza di abitazioni), che aveva aggravato i problemi, alla fine degli anni ’70, in un’area attigua al vecchio borgo, furono costruite nuove case, palazzoni di grandi dimensioni, e gli appartamenti furono assegnati a dicembre del ’79 a una parte degli abitanti. Gli altri scelsero di restare nel vecchio borgo dietro la promessa da parte del Comune che, sulla base dello stato di famiglia, avrebbero raddoppiato la cubatura delle proprie case, al momento di soli 42 mq. Questo accordo non fu rispettato. Le case lasciate libere, dopo un minimo di manutenzione, furono gradualmente assegnate, ma non a chi aveva i requisiti per il raddoppio della cubatura.

Anche gli abitanti del Lazzaretto usufruirono di nuove abitazioni: i pescatori andarono prima nella zona del vecchio borgo e poi nelle nuove costruzioni, i restanti furono dislocati in nuovi alloggi de Is Mirrionis.

Ricordo che neanche gli abitanti che avevano optato per le case nuove in zona attigua al borgo vecchio erano favorevoli al tipo di edilizia; ritenevano infatti che quella tipologia avrebbe comportato non pochi problemi, come avevano sempre sostenuto nelle assemblee popolari, ma dovettero accettare il compromesso tra le proposte della base e quelle del Comune. Purtroppo la storia del nuovo quartiere di S. Elia costituito da un complesso di “palazzoni” e la disgregazione che ne è seguita hanno dato ragione a chi accolse quella scelta con molte perplessità.

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