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Vincenzo Pillai

Ci funt stetius momentus de importu mannu in su primu cungressu de Dps candu cun Capanna eis discutiu a pitzus de is printzipius de su patu federativu?

Nel dopo cena della prima giornata congressuale ci fu una lunga discussione in commissione politica cui parteciparono alcuni compagni tra cui ricordo: Francesco Casula, Paolo Pisu, Mariano Girau, Mario Canessa e Capanna, allora segretario nazionale di DP.

Ad eccezione di Canessa tutti sostenevamo la necessità di fondare DPS come partito autonomo federato a DP.

Cali fiant is chistionis de maiori importu?

Pensavamo che la Sardegna avesse subito e stesse subendo un processo di colonizzazione in quanto le scelte fondamentali che riguardavano il suo sviluppo (modo di produrre, consumare, vivere) venivano fatte altrove con mediazione-corruzione dei centri di potere sardi.

Pensavamo che fosse necessario organizzare il partito in modo da renderlo uno strumento più efficace nella lotta contro il processo di colonizzazione, nel momento stesso in cui era impegnato nelle battaglie per la conquista di diritti sociali e sindacali che riguardavano tutti i lavoratori italiani.

Questa scelta comportava, quindi, la necessità di pensare in maniera diversa l’organizzazione di DP.

Pensavamo che il partito sardo non dovesse più essere interno a DP, con Federazioni e direzione regionale (quali articolazioni di DP), allo stesso modo delle altre Regioni.

Uno strumento fondamentale per fare ciò era sfalsare i percorsi congressuali di DP e di DPS così da avere un dibattito che si sviluppasse a partire dalla questione sarda senza essere ogni volta orientato a misurarsi necessariamente sulle analisi di DP e sui suoi conflitti interni.

Tutto ciò trovò un ostacolo notevole perché Capanna voleva mantenere la struttura esistente e riteneva che la nostra scelta potesse avviare un processo di divisione del movimento operaio.

Noi facevamo osservare che l’unità del movimento dei lavoratori veniva garantita dall’unità degli intenti dei due partiti nella lotta per obiettivi comuni, due esempi su piani diversi: la difesa del Contratto Nazionale di Lavoro, la presentazione, anche in Sardegna, del simbolo di DP nelle elezioni per il parlamento italiano ed europeo, in modo che non avvenisse un’inutile dispersione di voti.

Ricordo che la discussione fu lunga e durò gran parte della notte.

Noi ritenevamo che la struttura federativa da noi proposta avrebbe giovato anche a DP perché avrebbe permesso una maggiore aderenza alle situazioni locali.

La tensione raggiunse il culmine quando Capanna ironizzò sulla nostra rivendicazione di introdurre l’insegnamento del sardo nelle scuole dicendo: “Ma quale sardo?!”

Gli ribadii quanto avevo già avuto modo di sostenere in un direttivo di DP: “Ma guarda che saresti il primo a difendere l’uso dell’italiano se lo strapotere del capitalismo ti imponesse l’esclusivo uso dell’inglese-americano.”

Si faceva allora un errore molto diffuso tutt’ora: confondere la struttura della lingua con la varietà dei suoi dialetti locali, deducendo dalla presenza di questi l’inesistenza della lingua sarda. Noi spiegavamo che il processo di colonizzazione della Sardegna era passato anche attraverso il taglio della lingua materna tra i bambini, che la scuola era stata uno strumento micidiale perché gli insegnanti, non preparati al bilinguismo, hanno fatto percepire al bambino sardo che la lingua materna non aveva valore; quasi mai hanno avuto la preparazione e la sensibilità di insegnare contemporaneamente le due lingue (superando di fatto il divieto contenuto nelle norme ministeriali) in modo tale da mantenere viva la conoscenza del sardo mentre insegnavano l’italiano.

Solo in questo modo si sarebbe progressivamente formata una koinè linguistica che avrebbe unificato progressivamente, nella pratica, vari dialetti sulla base della struttura linguistica fondamentale.

Ciò avrebbe costituito anche un elemento di pressione nei confronti del Consiglio regionale sardo a legiferare usando appieno le proprie prerogative, senza cadere nell’errore di varare un vocabolario artefatto. Non vado oltre, ma spero che dedicherai un capitolo su questo problema, indicando anche i nostri ritardi.

Certu; ma torrendi a su cungressu, ita est chi ollestis fai?

A Cagliari Canessa e a Nuoro il circolo cittadino non erano pienamente convinti della scelta di fare DPS; temevano, anche in base alle discussioni piuttosto caotiche avvenute per la formazione delle liste nelle elezioni regionali del 1979, che si potesse scivolare verso alleanze organiche con il PSd’Az..

Is giorronalistus, chi solitamenti funt beni informaus de is chistionis internas de is partidus, no ant pigau in condideru po nudda sa spacadura chi ci fiat tra Dps e Dp. Poita, de su momentu ki, a pustis de calencun’ annu, is dirigidoris de Dp boliant scullai su patu federativu?

Hai posto due questioni:

– Circa il comportamento della stampa tieni presente che eravamo un piccolo partito di opposizione e i giornalisti non ci prestavano grande attenzione anche perché non vi furono dichiarazioni contro le conclusioni del congresso.

Capanna, di fronte al voto congressuale, senza contrari e pochi astenuti, fece alla stampa dichiarazioni corrette tenendo, probabilmente, conto del fatto che c’erano in Italia anche altre minoranze linguistiche.

Mario Canessa stesso lavorò per l’unità del partito mantenendo, però, alta la guardia per garantirne l’autonomia nei confronti delle formazioni sardiste.

Mi sembra di ricordare che la forma partito che il congresso aveva scelto trovava maggiormente consenzienti i compagni provenienti dalla militanza anticapitalistica di ispirazione cristiana che non quelli di ispirazione marxista, con le dovute eccezioni come sempre.

– Circa il secondo punto va detto che noi proponevamo a DP un direttivo sovranazionale dove fossero rappresentate le minoranze linguistiche italiane e in quel direttivo non vi furono mai voti contrari alla realizzazione del modello che proponevamo. Tieni anche presente che i compagni delle regioni e province a statuto speciale guardavano con interesse alla nostra esperienza anche se non formalizzarono rapporti con DP identici al nostro.

Mi pare che alla fine tutti compresero che un partito federato serviva anche a DP nel suo complesso e furono definite, anche nei dettagli, le modalità organizzative e i rapporti economici fra i due partiti.

Cumenti festis organizaus?

Da quel momento noi mandammo al direttivo sovranazionale sempre il segretario o un componente della segreteria sarda affinché partecipasse al dibattito e indicasse quali campagne politiche di DP potevano essere condotte anche in Sardegna e su quali invece dovesse esserci prima una discussione e decisione del direttivo sardo.

In quegli anni, con lo scontro sociale e sindacale in corso su grandi e terribili temi, non vi furono tensioni politiche fra DP e DPS sulle scelte fondamentali e fu rispettato anche il nostro diritto a fare in Sardegna solo tessere di DPS e a usare solo il nostro simbolo fino a quando la maggioranza della federazione di Nuoro decise di uscire sostanzialmente da DPS e presentare alle comunali di Nuoro una lista con il simbolo di DP.

E is sardus chi biviant in “continenti”?

Potevano tesserarsi a DP in modo da esercitare militanza organizzata nei luoghi di lavoro.

Questo ti fa capire anche che DPS non era un partito su base etnica.

Bosatrus, a pitzus de medas chistionis, tenestis una posizioni chi fiat contras is atrus partidus de manca e cun sa maioria chi dirigiat is sindigaus.

In sa Cgil sa manca sindicali teniat su 10%.

Sa luta de bosatrus contras a su colonialismu e contras a is partecipatzionis statalis si poniat in cunflitu cun is operaius. In custa manera no  arriscastis de no essi cumprendius de is operaius ki boliant difendi su post’ ‘e su traballu in is industrias?

Il problema è delicato; devi tenere presente che noi avevamo iniziato, a metà degli anni ‘70, a studiare con più attenzione quello che succedeva in Sardegna in relazione alle scelte dello Stato, delle partecipazioni statali, delle multinazionali.

Per me fu un percorso lungo e faticoso perché ero nato in emigrazione e rientrato in Sardegna a 25 anni con la formazione tipica di uno studente universitario ligure che conosceva meglio la storia della resistenza operaia contro i tedeschi nelle fabbriche e nelle valli liguri o la lotta e l’organizzazione dei camalli del porto di Genova che non l’occupazione delle terre e la rivolta del pane in Sardegna.

Avevo avuto una formazione che mi faceva vedere nell’insediamento di qualunque fabbrica, nella trasformazione del pastore o del contadino in operaio, un passo avanti verso la rivoluzione.

Fu grazie al gruppo di lavoro, organizzato con i compagni di Città Campagna-Nazione sarda, per contestare la De Marzi-Cipolla, che cominciai a capire come avrebbe potuto esserci uno sviluppo alternativo a quello collegato all’insediamento della chimica di base e alle promesse di verticalizzazione dei prodotti.

In Cgil rappresentavo , negli organismi dirigenti, la sinistra sindacale e non sono mai riuscito ad ottenere quello che è avvenuto solo alla fine del 2010: l’impegno della Cgil in un comitato , con chiara valenza anticolonialista, per la riscrittura dello statuto sardo attraverso una assemblea costituente.

Est una scioberta cumbinta?

Lo spero, anche se non mi pare che vi sia stato negli ultimi anni un dibattito interno e un’analisi storica e teorica adeguate a fondare scelte condivise.

Poita definestis sa Sardinia “Colonia interna”?

Il termine colonia da solo poteva e può essere frainteso perché fa istintivamente pensare alla Libia o all’Etiopia; per questo dicevamo “colonia interna”, perché la Sardegna, pur avendo partecipato al processo risorgimentale e alla formazione dello Stato italiano, era governata in funzione di bisogni non suoi e attraverso una borghesia locale che definivamo compradora perché, in base ai propri interessi, veicolava scelte che aumentavano la dipendenza della Sardegna, attraverso il perdurare dello scambio diseguale, vedi le analisi di Samir Amin.

Est sutzediu in Sardinia sceti?

Non soltanto in Sardegna. Vaste aree degli Appennini e delle valli alpine, ad esempio, hanno vissuto processi di degrado economico-sociale analoghi; però la Sardegna si configura come un territorio molto ben delimitato, in quanto isola, con una sua storia, con processi stratificati di colonizzazione molto evidenti.

Cumenti est sutzediu po sa “questione meridionale”?

Sì, ma la questione sarda non va considerata interna alla questione meridionale perché nasce prima e ha caratteristiche diverse, anche se si possono fare dei giusti accostamenti. La questione meridionale inizia nel 1861, con la conquista del Regno delle Due Sicilie; la questione sarda moderna nasce con la cessione della Sardegna ai Savoia che guadagnano così il titolo di re e usano l’esercito per reprimere ogni rivolta.

Per capire il clima dell’epoca che si è protratto almeno sino al secondo dopoguerra, ti ricordo che i sardi venivano spregiativamente chiamati sardegnoli e ai funzionari statali caduti in disgrazia veniva minacciato il trasferimento in Sardegna.

Arcunus faint custa obietzioni: “in Veneto l’ Eni ha costruito i poli chimici come in Sardegna, allora anche il Veneto è una colonia?”

Lascerei definire questa questione ai Veneti, anche perché la storia di Venezia ( che è stata una potenza colonizzatrice ) e del suo hinterland è tutt’altra cosa da quella sarda. Certo è possibile che i comunisti veneti abbiano pensato che con Porto Marghera si sarebbe creata una classe operaia in grado di lottare meglio contro il capitalismo.

E’ questo un problema molto complesso che riguarda il valore che viene attribuito al processo di industrializzazione capitalista nella creazione di una classe operaia e al ruolo che il marxismo le attribuisce nello scontro per il potere e per la liberazione del proletariato.

Anche su questo punto vi era un grande dibattito in DPS e spero che gli dedicherai un capitolo.

Torraus, intzandus, a su cungressu costitutivu.

Noi, anche attraverso vari seminari di studio, c’eravamo convinti che il modello di sviluppo imposto alla Sardegna dal dopoguerra non aveva nulla a che fare con la vocazione del suo popolo e del territorio; non si trattava di sviluppo ma di modernizzazione capitalista che distruggeva altre potenzialità di verticalizzazione, anche industriale, di risorse locali.

Un’ urtima domanda. Dps s’ est scullada de pressi meda fendi un acordiu politigu cun sa componenti de su Pci chi iat sempri cumbatiu in Sardinia e in Italia: Cali est s’eredidadi politiga de Dps e cumenti eis sighiu a portai a innantis cuss’ esperientzia?

Fondare DPS non fu solo il risultato di un’analisi della storia sarda che, del resto, anche altri facevano, fu soprattutto una grande intuizione sull’opportunità di modellare in Italia un partito su basi federali riconoscendo a Nazioni senza stato, come quella sarda, il diritto alla sovranità e quindi a scegliere come organizzarsi nel contesto delle lotte anticapitalistiche.

Dieci anni dopo, al momento dello scioglimento di DPS, alcuni compagni pensarono di valorizzare quell’esperienza in organizzazioni neosardiste, io con altri pensammo che si potesse farla confluire nel processo di formazione del PRC. Fu un’illusione ma, del resto, non c’erano le condizioni sociopolitiche per mantenere DPS; anche perché avevamo subito una scissione da parte dei compagni del circolo Carlo Marx di Nuoro che avevano aderito al PRC prima ancora che venisse convocato il congresso in cui decidere lo scioglimento di DPS.

Da allora prevalse in Rifondazione la linea classica dell’ex PCI (autonomismo e piani di rinascita) e in Cgil anche la sinistra sindacale, che pure mi sostenne in incarichi di segreteria regionale, non condivideva sostanzialmente l’analisi che proponevo. Riconosco di essere stato sconfitto.

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