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6. Sciollimentu

6.1 Sa crisi de su Pci

Il processo di scioglimento del Pci avvenne in tempo reale. Dopo la caduta sistema statale sovietico (“socialismo reale”) e la dichiarazione di Occhetto del 12 novembre 1989 si avvia per il maggiore partito del movimento operaio una nuova fase(1). In meno di due anni il Pci si scioglie come neve al sole dando vita ad una grande forza apparentemente socialdemocratica, il Pds. I dirigenti della componente cossuttiana abbandonano i lavori congressuali prima della proclamazione del nuovo partito. La componente piduppina (Rossanda, Magri, Castellina, Pettinari, Cruccianelli) appoggiò inizialmente l’ operazione occhettiana ma poi aderì al Mrc con l’obiettivo di rifondare un partito “neo-comunista”. Ingrao e Bertinotti preferirono momentaneamente “stare nel gorgo”.

Al processo della costituente comunista del Mrc aderiscono un gran numero di militanti che negli anni precedenti, per diversi motivi, avevano abbandonato la militanza. Tra questi ci sono oltre ai tesserati che non avevano accettato la svolta già nel 1989, esponenti dei movimenti di matrice pacifista, ecologista, anticapitalista, ex attivisti dei gruppi della sinistra extraparlamentare (Lc), del movimento studentesco, “cani sciolti” che speravano in un nuovo progetto di “comunismo riformato”(2).

Anche Democrazia proletaria apre una nuova fase e nella Direzione nazionale del 27-28 aprile 1991 viene approvata una linea di convergenza verso la costituente comunista insieme agli esuli del Pci(3). All’interno del gruppo dirigente demoproletario si fa strada l’ipotesi della impossibilità di proseguire il cammino da soli e della necessità di ricompattare il blocco comunista nonostante le importanti divergenze a livello teorico con la “componete cossuttiana”. Sembrava un’ impresa impossibile continuare la strada da soli specialmente in un momento in cui pesava come un macigno il fallimento dei paesi del “socialismo reale” e la stessa idea di comunismo aveva una rappresentazione distorta a causa vicende dell’ Urss.

Il documento congressuale approvato dalla direzione nazionale di Dp (27-28 aprile 1991) contiene elementi di analisi lucida e fredda riguardo alle motivazioni che hanno portato alla il Pci e della linea che in futuro avrebbe dovuto seguire il nuovo soggetto comunista.

Con la strategia del compromesso storico il Pci ignorò e anzi disattese quella forte domanda di cambiamento che la società, nei suoi reparti più avanzati e maturi, esprimeva in quegli anni in modo diffuso individuando proprio nella Dc e nel suo allora quasi trentennale regime l’intreccio micidiale di potere e conservazione che doveva essere spezzato(4).

Come si diceva allora “un metro di ghiaccio non si forma in una notte sola” e la mutazione genetica del Pci che alla fine del 1989 fu portata a termine aveva radici lontane, più precisamente nel momento in cui Berlinguer inaugurò nel 1973 la linea del compromesso storico, iniziando così un processo di integrazione istituzionale attuato anche nei programmi di lottizzazione degli apparati statali. Contestualmente i dirigenti del Pci cercavano di tenere in piedi, in maniera schizofrenica, una pesante maschera identitaria, con l’intento di rassicurare la grande massa degli iscritti storici che ancora non era in grado di digerire (nonostante fosse già in atto) una tale manovra (che sarebbe stata portata a termine solo molto tempo dopo come sappiamo tra il 1989 e il 1991(5)).

Un tema importante che viene affrontato nel documento della direzione nazionale di Dp riguarda il processo di istituzionalizzazione del sindacato e nello specifico della Cgil che negli anni ha abbandonato progressivamente la linea del sindacalismo di lotta e la contrapposizione di classe. Secondo questa analisi la produzione capitalistica è diventata bene in sé rendendosi impermeabile alla conflittualità sociale e alla difesa dei diritti di chi lavora.

Temi altrettanto importanti sono quelli della rifondazione della sinistra che doveva essere avviata a partire da nuovi paradigmi teorico-strategici cercando di far fronte alla spoliticizzazione degli iscritti, alla autonomizzazione del gruppo dirigente e alla continua ricerca di leader carismatici.

Il comunismo andava rifondato anche attraverso la critica del “socialismo reale”, si dovevano porre le basi per la creazione di un nuovo tipo di Stato “democratico-rivoluzionario” con l’obiettivo di eliminare i ceti politici privilegiati e costruire nuovi rapporti democratici basati sulla partecipazione di massa e non sulla delega.

Il nuovo partito doveva essere fondato inoltre sui valori dell’ambientalismo e del pacifismo e, soprattutto, sull’idea che il proletariato moderno è più esteso che nel passato a causa dell’impoverimento progressivo del ceto medio e dell’abbattimento delle tutele sul lavoro(6).

La Bolognina viene indicata come il momento storico decisivo nel processo di mutazione dei connotati politici del Pci. Le ragioni del cambiamento però vengono individuate all’interno del quadro di una linea politica consolidata ormai da decenni:

L’approdo alla spiaggia dell’omologazione capitalista non è però imputabile soltanto alla Svolta della Bolognina; è invece l’esito delle vicende più complessive del Pci, in particolare di quelle che si sono snodate nel corso degli ultimi 25 anni, in seguito alla grande ascesa dei movimenti e del conflitto di classe nel 68 e 69 che il Pci non colse ma anzi osteggiò e contribuì a far rifluire con la politica di unità nazionale, cioè di apertura a quella Dc che i movimenti e i conflitti di classe avevano posto in grande crisi(7).

É la segreteria di Occhetto che si è resa responsabile del trapasso mettendo in discussione “rapporti sociali, qualità e significato dell’impegno politico dei gruppi dirigenti, natura e ruolo del partito, patrimonio di idee, valori di riferimento”(8).

In particolare si è perso il legame di classe: tutti i processi degenerativi che hanno connotato, negli anni Ottanta, la crisi della sinistra, sono riconducibili proprio a una tale perdita(9).

Pesano a questo proposito le sconfitte del movimento operaio della fine degli anni Settanta, la capitolazione della Cgil nella vertenza contro la Fiat all’inizio degli anni Ottanta ed il fallimento del referendum contro taglio dei punti della scala mobile nel 1984.

Questi eventi sono stati devastanti per la sinistra, hanno accentuato i fenomeni di disgregazione sociale, indebolito il consenso elettorale inducendo un massiccio fenomeno di deriva ideologica e determinando il trionfo del capitalismo.

A livello teorico viene sottolineata la subalternità del giovane gruppo dirigente del Pci della seconda metà degli anni Ottanta al pensiero debole, al differenzialismo antidialettico, al modernismo e alla postmodernità(10). Il ceto politico che avrebbe dovuto rappresentare gli interessi delle classi lavoratrici sfruttate, angariate dai meccanismi dell’alienazione capitalistica è divenuto progressivamente autoreferenziale, protagonista della “politica- immagine”, voglioso di “sbloccare la situazione italiana per concorrere tra gli altri all’esercizio del potere”(11).

In questa situazione si rendeva necessario partecipare, insieme ai dirigenti comunisti che non avevano accettato la svolta, ad un progetto politico che vedeva come punto di arrivo la riunificazione della sinistra anticapitalista. Non si nascondevano comunque le difficoltà legate a questo processo che vedeva l’unificazione di due componenti che avevano visioni politiche sostanzialmente diverse, libertaria la prima, stalinista e statalista la seconda.

Dp portava dentro il nuovo soggetto le proposte politiche per le quali si era sempre distinta: la critica della concezione della neutralità della scienza, dello statalismo gradualista e riformista e dello stalinismo. Era a favore della valorizzazione dell’ autorganizzazione di massa, del carattere sessuato della società congiuntamente ai già menzionati temi dell’ambientalismo, della democrazia diretta, della concezione libertaria del comunismo. Il congresso di scioglimento di Democrazia proletaria fu fissato per il 9 giugno del 1991 a Riccione.

6.2. Andendi a su sciollimentu

Dopo lo scioglimento del Pci, Dps prese contatti col Mrc che creò coordinamenti a Cagliari, Sassari, Oristano e Nuoro. Era però, come vedremo, molto difficile tenere iniziative comuni perchè i militanti del Mrc ex Pci avevano considerato negli anni precedenti gli attivisti demoproletari “come dei nemici”(12).

I mesi successivi allo scioglimento del Pci in Sardegna furono piuttosto convulsi e confusi. I dirigenti scissionisti che confluirono nel Mrc sardo si trovavano di fronte ad un compito difficilissimo a causa dello sconcerto e del disorientamento dei tesserati che anche in Sardegna avevano percepito l’operazione occhettiana come una mattonata e per questo mostravano estrema diffidenza nei confronti di qualsiasi manovra dirigenziale. Anche per questi motivi i dirigenti di Dps faticavano a collaborare con il Mrc a causa della loro indisponibiltà a promuovere, in questa fase, iniziative unitarie con noi(13). I rapporti erano tesi e la diffidenza reciproca rese impossibile collaborare anche all’interno di iniziative politiche che vedevano i due soggetti sulle stesse posizioni come ad esempio la Guerra del Golfo(14). Era però necessario trovare momenti di azione comune anche perchè il Pds avrebbe potuto recuperare sul terreno organizzativo quello che aveva perso sul piano politico(15).

Le due forze politiche furono quindi costrette, visto il futuro obiettivo comune a portare avanti iniziative unitarie fino alla costituzione del nuovo partito.

Di fronte alla paura della definitiva sconfitta del Movimento operaio e dell’eliminazione dell’ idea stessa di comunismo dallo scenario politico istituzionale, Dps e Mrc portarono avanti congiuntamente alcune iniziative come, ad esempio, la lotta contro le privatizzazioni e quella che veniva definita “Megatrattativa di Giugno” che prevedeva la riforma dei salari e delle pensioni(16). Per trovare l’unità si cercava inoltre di lavorare per temi molto generali. Fu a questo proposito realizzato un volantino che criticava le politiche e lo strapotere delle borghesie dei paesi capitalistici dominanti (Usa, Cee, Giappone) a danno dei lavoratori.

Questa politica aveva forti ripercussioni anche in Italia perchè la borghesia mirava a mettere in riga il proletariato per avere maggiore libertà di azione nel mercato economico europeo e mondiale(17).

Oltre alla riforma del salario quello che preoccupava erano le operazioni dei poteri forti che miravano alla deregolamentazione del mercato del lavoro (liberalizzazione della chiamata nominativa, licenziabilità discrezionale, applicazione estensiva dei contratti di formazione lavoro(18)) e la limitazione del Welfare. La grave crisi che nel corso degli anni Ottanta aveva colpito il Movimento operaio rendeva difficile la situazione anche per il più grande sindacato italiano. Le operazioni degli industriali rappresentati dai vertici confindustriali miravano al progressivo isolamento della Cgil dalla base dei lavoratori trasformandola in cinghia di trasmissione delle volontà e delle direttive del padronato(19). A questo si aggiungeva la campagna per le privatizzazioni. La Borghesia, approfittando della crisi economica e politica che colpiva lo Stato italiano, calvalcando la grande onda neoliberista, si era posta l’obiettivo di acquisire progressivamente parte del patrimonio pubblico per trarne profitto.

6.3. Su quintu cungressu de Dps, Villamar, maiu 1991

Il congresso di scioglimento di Dps fu convocato a Villamar il 26 maggio 1991. Nel frattempo la dirigenza nazionale doveva fare i conti con l’emorragia di militanti e dirigenti che da oltre un anno(20), per diverse ragioni(21), lasciavano il partito a volte anche in maniera brusca e polemica(22), sintomo della crisi che ormai investiva oltre che il Pci anche Dp e Dps vanificando quelle che erano le loro linee programatiche e politiche. Era evidente che la caduta dell’ Urss aveva inciso anche nei confronti di un partito che aveva sempre criticato la condotta antilibertaria e antidemocratica del Pcus (oltre che dei comunisti italiani ) e aveva raccolto tra le sue fila le componenti dissidenti che avevano criticato la linea del ’68.

La crisi di Dp italiana travolge anche Dps che nonostante avesse sempre impostato la sua battaglia politica su basi completamente diverse da quelle del Pci isolano e ci fossero i presupposti per continuare la linea nazionalitaria, anticolonialista, antimilitarista e pacifista, preferì stare dentro il percorso politico unitario che avevano scelto di intraprendere i dirigenti di Dp italiana. In effetti le difficoltà c’erano: La caduta del tesseramento era pesante(23) e si faticava a tenere anno per anno il bilancio in attivo, l’impegno di dirigenti e militanti doveva essere molto intenso per mantenere un minimo di struttura a livello territoriale, gli iscritti erano pochi in confronto alle forze che servivano per mantenere un partito con quelle caratteristiche. Questi e altri motivi fecero si che i dirigenti di Dps preferissero continuare a portare avanti la loro linea all’interno di un partito che ereditava dal vecchio Pci strutture forti e dava l’ impressione di poter durare a lungo.

Al congresso di Villamar si arrivò con le idee chiare perchè le decisioni erano maturate in numerose assemblee precongressuali tenute in tutto il territorio sardo (l’assemblea di Villamar del 16 aprile ne è solo un esempio).

Non vi presenterò una relazione che, come nei precedenti congressi, abbia il compito di tracciare scelte strategiche e il programma politico del partito. Nelle riunioni precongressuali delle federazioni è infatti emersa la volontà di passare a una fase di partecipazione piena al movimento per la costruzione del partito comunista, rinunciando a mantenere strutture autonome di direzione di Dps(24).

Il congresso di Villamar non fu molto partecipato per la ragione già accennata in precedenza: molti dirigenti e militanti, appartenenti principalmente alle federazioni di Nuoro e dell’ Ogliastra avevano già aderito al Mrc(25) seguendo un percorso diverso a quello intrapreso da Dps(26).

I temi politici portati al congresso avevano una grande rilevanza teorica e politica e si inserivano all’interno di una concezione moderna e avanzata della “questione sarda”. L’analisi verteva in primo luogo sul problema della condizione coloniale della Sardegna e al ruolo svolto dalle partecipazioni statali legate ai piani di Rinascita:

L’argomentazione secondo cui sono stati gli stessi sindacati, fin dagli anni 60, a chiedere questo tipo di intervento, legando strettamente i piani di Rinascita al ruolo delle partecipazioni statali, nulla toglie al giudizio che noi di Dp sarda, abbiamo dato sul ruolo colonizzatore dello stato italiano in Sardegna. Non deve infatti stupire nessuno se in una colonia, e a maggior ragione in una colonia interna come la Sardegna, esistono gruppi dirigenti (anche nei partiti progressisti e nei sindacati) che svolgono un ruolo più o meno consapevole, di autocolonizzazione. Tutto ciò è spesso mascherato dal dichiarato intento di esigere l’intervento statale o come intervento “riparatore” o come “solidarietà” verso le zone “sottosviluppate”, per portarle allo stesso livello di benessere delle aree industrializzate del Paese. In verità costoro o non si rendono conto che l’aiuto statale sorregge lo sviluppo della Sardegna come la corda sorregge l’impiccato, oppure i loro interessi di classe sociale o di ceto politico sono talmente intrecciati con i processi di colonizzazione che non possono non difendere il meccanismo di scambio diseguale che ha caratterizzato il rapporto Sardegna-stato(27).

In queste righe la critica nei confronti del Pci e dei sindacati, anche se implicita, è molto pesante e mette in evidenza come i partiti che sin dal dopoguerra si sono dichiarati progressisti, hanno scelto un modello di sviluppo sbagliato. La lotta di classe e il movimento operaio in Sardegna, secondo l’analisi di Dps, aveva fallito più per questo motivo che per le grosse sconfitte subite dal Pci e dalla Cgil nei primi anni Ottanta.

All’interno di questa visione si collocavano: la questione nazionale, la questione comunista, la questione ambientale, la critica al Psd’Az, al Pci e ai Verdi.

Il Psd’Az affrontava la questione nazionale con un’ ottica interclassista assegnando a dirigenti della borghesia compradora isolana la direzione del partito con continui compromessi e mediazioni sia con lo stato italiano che con la Dc e il Pci concorrenti, solo apparentemente, nelle elezioni regionali.

Questa linea del Psd’Az tendeva sostanzialmente a perpetuare i meccanismi dello scambio diseguale soffocando i movimenti di lotta che si sviluppavano con programmi indipendentisti così come il Pci faceva nei confronti dei movimenti alla sua sinistra.

Infatti:

Il Pci, anche in Sardegna ha praticato non solo una linea interclassista che nella fondazione del Pds ha trovato sbocco coerente ma ha anche dimenticato quei contributi forniti dai suoi stessi compagni per la formazione di un partito comunista sardo che assumesse il processo di liberazione del proletariato sardo come processo di liberazione nazionale, e quindi come autentico movimento rivoluzionario internazionalista(28).

A livello teorico Dps accusava i dirigenti del Pci di aver fatto una lettura riduttiva di Marx e Gramsci. A livello politico,non si traevanole giuste conseguenze dell’analisi che Gramsci faceva del processo risorgimentale come momento di unificazione del mercato da parte delle borghesie degli stati che allora componevano l’ Italia. Del resto, in quel momento, il Pds guardava, coerentemente con la propria interpretazione di Gramsci, all’unificazione del mercato europeo come a un dato di fatto progressista che le nazionalità non dovevano mettere in discussione(29).

Le nazionalità, invece, secondo Dps, dovevano essere intese non come dati storico geografici, ma come soggetti attivi e vivi per la realizzazione di quell’unità popolo-mondo che i capitalisti hanno sempre cercato di ostacolare utilizzando le diversità come scuse per la guerra. Questo problema veniva trattato anche alla luce di quello che accadeva in Urss, dove l’interpretazione stalinista del comunismo aveva annullato la soggettività delle nazioni che ora rivendicavano il loro diritto di esistere, in un’ ottica anticentralista che veniva ovviamente descritta come anticomunista. Il dirigenti sovietici quindi, avendo forzatamente disgiunto la questione nazionale dall’ideologia comunista hanno portato l’Urss ad una situazione paradossale, dove chi, nel 1991, nei paesi dell’ ex patto di Varsavia, era comunista veramente, si trovava a dover ricostruire i soviet da capo mentre c’era la rivolta delle nazioni; la difficoltà della situazione era forse superiore a quella che Lenin aveva di fronte nel 1917(30).

La critica nei confronti dei Verdi invece, faceva leva sul fatto che il valore dell’ambiente non poteva essere disgiunto dalla lotta di classe e dalle questioni legate allo sfruttamento coloniale. L’inquinamento delle fabbriche, delle miniere, la cementificazione delle coste, erano elementi interni al modo di produzione capitalistico; non si poteva considerare il problema ambientale come un qualcosa di separato dalla logica dello sfruttamento capitalista che mirava allo sfruttamento della natura-oggetto oltre che dell’uomo.

Il documento congressuale si conclude con la proposta di ingresso nella costituente comunista malgrado gli elementi di forte critica nei confronti dei dirigenti ex Pci che da anni criticavano la linea della Nuova sinistra definendola addirittura anticomunista.

L’obiettivo era quello di riuscire a portare nel processo elementi di innovazione:

Pensiamo a gruppi di lavoro […] sia sulle specifiche questionii sarde, sia sui temi portati alla luce dai grandi movimenti di questi anni(31).

Era inoltre necessario:

Studiare la questione sarda senza per questo isolarci nello scontro sociale, essere nelle lotte senza per questo dimenticarci di studiare non sarà facile perchè, tra l’altro, tutto il sistema che abbiamo intorno spinge verso il superficialismo e il pressapochismo, verso l’apparire piuttosto che verso l’essere(32).

In conclusione:

Siamo stati comunisti in tutti questi duri anni, anche quando molti di quei compagni che ora sono nel Pds ci dicevano che per essere comunisti bisognava essere iscritti al Pci e, al contempo, votavano per scelte politiche e per dirigenti che un giorno dopo l’altro hanno preparato la fine del Pci stesso.

Eravamo comunisti negli anni 60, quando scegliemmo di non iscriverci al Pci, o come è avvenuto per alcuni di noi, quando ne siamo usciti. Siamo comunisti oggi; per questo guardiamo all’unità dei comunisti in un solo partito come a un bene così grande da rinunciare alla nostra organizzazione autonoma, a quella Dp sarda cui abbiamo dedicato tante energie e tanto amore(33). […] Garavini ha detto ai compagni che affollavano le assemblee di Carbonia e di Cagliari che li aspetta un duro lavoro controcorrente. I compagni di Dp sarda, che da anni lavorano controcorrente sanno cosa vuol dire; non si sono scoraggiati e non si scoraggeranno(34).

Con il congresso di Villamar, il quinto che Dps celebrava nell’arco di oltre un decennio di vita, si chiudeva una fase politica all’insegna dell’unità dei comunisti e della costituzione di un fronte anticapitalista e anticolonialista che avrebbe dovuto rimediare alla deriva ideologica innestata nella classe operaia e nel popolo sardo dal vecchio Pci.

NOTE

1. Un documento video è presente nell’ archivio web di Rai storia: http://www.raistoria.rai.it/accaddeoggi/occhetto-e-la-svolta-della-bolognina-741.aspx

2. Sergio Dalmasso, Rifondare è difficile: Rifondazione comunista dallo scioglimento del PCI al movimento dei movimenti, C.R.I.C. Editrice, Torino 2002.

3. Documento congressuale approvato dalla Direzione nazionale del 27-28 aprile 1991, “Archivio Dps” fasc. “Congressi 1978 – 1991”.

4. Ivi, cit.

5. Documento congressuale approvato dalla Direzione nazionale del 27-28 aprile 1991, “Archivio Dps” fasc. “Congressi 1978 – 1991”.

6. Ivi, cit.

7. Ivi, cit.

8. Ibidem, cit.

9. Ibidem, cit.

10.. Ibidem, cit.

11. Ibidem, cit.

12. Intervista a Vincenzo Pillai, cit.

13. Assemblea-dibattito di Villamar del 13 aprile 1991, Introduzione di Paolo Pisu (segreteria nazionale Dps), p.1; “Archivio Dps”, fasc. “Congressi 1978 – 1991″.

14. Ibidem.

15. Ibidem.

16. No alla megatrattativa di giugno, difendiamo le nostre condizioni di lavoro e di vita, foglio informativo di quattro pagine firmato dai dirigenti oristanesi di Rc e Dps. “Archivio Dps” fasc. “Congressi 1978 – 1991”.

17. Fronte unico sindacale della classe lavoratrice contro la riforma del salario, volantino A4, “Archivio Dps”, fasc. “Congressi 1978-1991”.

18. No alla megatrattativa di giugno, difendiamo le nostre condizioni di lavoro e di vita, Foglio informativo di quattro pagine firmato dai dirigenti oristanesi di Rc e Dps. “Archivio Dps” fasc. “Congressi 1978 – 1991”.

19. Ibidem.

20. Cfr. nel capitolo”Elezioni” il paragrafo “La scissione delle Federazioni di Nuoro e dell’ Ogliastra”.

21. Con la presente chiedo che vengano accolte le mie dimissioni dalla direzione di D.P.S., […] a causa di impegni di lavoro e altri impegni che mi legano nel consiglio comunale di Austis. Lettera di dimissioni di Francesco Carta datata Oristano 16 febbraio 1991, “Archivio Dps”, fasc. “Lettere”.

22. Ormai da tempo non condivido la linea politica espressa dalla maggioranza del gruppo dirigente di Dps: sono convinto che a questa maggioranza siano imputabili le più gravi responsabilità nella bancarotta morale, prima che teorica e politica della Nuova sinistra; lo si evince […] dal comportamento della segreteria nazionale rispetto alla vicenda del partito comunista. É criminale che di fronte alla crisi della massima organizzazione politica del movimento operaio italiano -e sardo- Dps, in luogo di porsi come punto di riferimento per la ricostruzione del partito comunista in Sardegna, prosegua la sua navigazione a vista nella palude limacciosa del ceto politico burocratico cagliaritano del quale i dirigenti di Dps non sono che l’estrema sinistra: ambientalisti e pacifisti, piccolo-borghesi, “cattolici del disagio” (tutti anticomunisti più o meno mascherati). […] Dps è diretta da anticomunisti che il sottoscritto riguarderà d’ora in avanti come avversari. […] Vi diffido dal contattarmi ancora: non abbiamo niente da dirci o a che spartire. Lettera di Leonardo Licheri, 12 dicembre 1990, “Archivio Dps”, fasc. Lettere”.

23. “Archivio Dps”, fasc. “Bilanci”.

24. Introduzione della segreteria nazionale al V congresso di Democrazia proletaria sarda, Villamar 26 maggio 1991, “Archivio Dps” fasc. “Congressi 1978 – 1991”, p.1.

25. Era il caso dei dirigenti e dei militanti delle federazioni di Nuoro e Ogliastra. Cfr. nel capitolo dedicato alle elezioni il paragrafo sulla scissione delle federazioni di Nuoro e Ogliastra.

26. Intervista a Ciriaco Davoli del 13 dicembre 2011.

27. Introduzione della segreteria nazionale al V congresso di Democrazia proletaria sarda, Villamar 26 maggio 1991, “Archivio Dps” fasc. “Congressi 1978 – 1991”, p.1.

28. Ivi p. 1.

29. Ibidem.

30. Ivi p. 2.

31. Ivi p. 4

32. Ivi p. 3.

33. Ivi p. 4.

34. Ibidem.

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